Comunicazione e Relazioni

Comunicazione non verbale: forme e caratteristiche

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La comunicazione non verbale è un linguaggio silenzioso che sta alla base delle relazioni umane: il 93% delle informazioni che ci arrivano da un’interazione passa proprio attraverso la comunicazione non verbale, mentre il restante 7% è rappresentato dalle parole. Per la precisione, la comunicazione non verbale si divide in un 38% che riguarda il tono della voce e un 55% che arriva dai segnali delle mani, delle braccia, delle gambe e dei piedi.

Eppure questo straordinario linguaggio, che ci rivela intenzioni, pensieri, attitudini e potenzialità in modo automatico ed ingovernabile, spesso viene trascurato sia da parte di chi lo produce sia da parte del destinatario. Si pensa erroneamente che sia meglio dare ascolto alla parola, essendo quest’ultima più razionale rispetto alla comunicazione non verbale (qualora intendessi approfondire la comunicazione verbale, puoi leggere l’articolo in cui suggerisco come parlare in modo efficace e sviluppare un eloquio brillante). Invece, imparare ad affidarsi all’intuito, cogliendo i segnali involontari tipici del linguaggio non verbale, può rivelarsi molto vantaggioso a livello interpersonale.

Non esistono parole più chiare del linguaggio del corpo, una volta che si è imparato a leggerlo.

Alexander Lowen

Comunicazione non verbale: forme e caratteristiche

La comunicazione non verbale si contraddistingue per 4 diverse forme espressive. Vediamo, nello specifico, quali sono le categorie di segnali non verbali e le relative caratteristiche.

#1. Il rapporto con lo spazio: la prossemica

La prossemica è quella disciplina della comunicazione non verbale che studia come l’uomo struttura inconsciamente i microspazi – distanze fisiche tra gli uomini mentre conducono relazioni interpersonali -, l’organizzazione dello spazio nella propria casa o in altri edifici. Dunque, esattamente come gli animali, anche noi umani tendiamo a stabilire un nostro territorio, qualunque sia il luogo in cui ci troviamo: in casa, in ufficio, sui banchi di scuola, in treno o sulla spiaggia. La distanza attraverso la quale l’uomo regola i rapporti interpersonali si chiama “spazio vitale” o “spazio prossemico”. È come se vivessimo in una sorta di bolla di sapone dentro la quale non accettiamo estranei. Se qualcuno che non conosciamo travalica questo confine, entriamo in tensione. Per tale ragione, quando ci troviamo in luoghi affollati proviamo stress, frustrazione e oppressione diventando particolarmente intolleranti e insofferenti.

È possibile individuare 4 distanze prossemiche:

  • Distanza intima: da 0 a 45 cm. Si tratta della distanza dei rapporti intimi e sfocia nel contatto fisico. A questa distanza è possibile sentire il calore e l’odore dell’altro. Inoltre si possono avvertire le emozioni e il tono della voce è più basso.
  • Distanza personale: da 45 a 120 cm. Questa è la distanza che solitamente mantengono le persone amiche o che provano attrazione l’una per l’altra. A questa distanza si può toccare l’altro e ci si guarda più frequentemente rispetto alla distanza intima.
  • Distanza sociale: da 120 a 300 cm. È la distanza che si ha nei rapporti formali con conoscenti, colleghi, commercianti, insegnanti, ecc.
  • Distanza pubblica: oltre i 300 cm. Questa è la distanza che solitamente si tende a mantenere con gli estranei come ad esempio in spiaggia, su un prato, mentre si passeggia, ecc.

La percezione che si ha del proprio spazio vitale non è uguale per tutti: le donne ad esempio, sono più propense ad accettare un avvicinamento frontale piuttosto che laterale, mentre per gli uomini è l’opposto. Una persona timida ha uno spazio prossemico più ampio perché non gradisce entrare in contatto con gli altri, mentre una persona estroversa mantiene distanze interpersonali minori con il prossimo. Anche lo stato d’animo incide sullo spazio prossemico: una persona arrabbiata tollera meno di una persona serena la violazione del proprio spazio personale; una persona depressa potrebbe non accorgersene neppure. Lo status sociale è un altro fattore che incide sulla dimensione del proprio spazio personale: tanto più è elevata la posizione sociale o lavorativa, tanto più ampia sarà la distanza prossemica.

#2. I movimenti del corpo: la cinesica

Vediamo ora un’altra forma di comunicazione non verbale: la cinesica. Per cinesica si intendono i movimenti effettuati da una singola parte del corpo come ad esempio i gesti, i movimenti del collo, del tronco, del naso, della bocca, dei piedi, delle dita, delle gambe e degli occhi; tutte modalità comunicative che supportano chi parla affinché riesca ad esprimersi meglio. La maggior parte dei movimenti cinesici sono involontari e rappresentano la conseguenza di un’emozione o il completamento di un discorso al quale si accompagnano (ad esempio il pollice alzato per dire “ok”).

I ricercatori Paul Ekman e Wallace Friesen propongono 5 classi di segnali:

  • Emblemi. Gli emblemi sono gli atti non verbali che possono essere immediatamente tradotti in una comunicazione verbale, conosciuta e condivisa dai membri appartenenti ad uno stesso gruppo (una classe, una cultura, ecc.). Gli emblemi ripetono o sostituiscono il discorso che accompagnano, ma possono anche sostituirsi alla parola quando non è possibile parlare a causa del rumore eccessivo, della troppa distanza, delle condizioni organiche (mutismo) o di convenzioni (per esempio nel gioco dei mimi). Il ruotare l’indice nella guancia per esprimere che un cibo è particolarmente buono o fare il gesto delle corna come atto scaramantico sono esempi di emblemi.
  • Illustratori. I gesti illustratori servono solitamente ad illustrare ciò che viene detto, mentre viene detto. Si tratta di gesti che possono accentuare ed enfatizzare il discorso, indicare la direzione del pensiero, segnalare qualcosa o qualcuno che si trova attorno a noi, descrivere una relazione nello spazio tra oggetti e/o persone (ad esempio per indicare che le persone si trovavano in cerchio si ruota la mano con l’indice alzato), illustrare un’azione del corpo (ad esempio per esprimere di aver allontanato fisicamente una persona si portano le mani in avanti con i palmi in direzione dell’interlocutore), delineare la sagoma di ciò a cui ci si sta riferendo (ad esempio per indicare un televisore si tracciano delle linee che disegnano un rettangolo).
  • Affect-display. Gli affect-display sono dimostratori di emozioni e riguardano i movimenti dei muscoli facciali e corporei associati alle emozioni primarie (sorpresa, paura, collera, disgusto, tristezza e felicità). Le espressioni del viso, dunque, comunicano in modo efficace ciò che una persona prova, mentre i movimenti del corpo danno un’indicazione sull’intensità dell’emozione provata.
  • Regolatori. I gesti regolatori mantengono e regolano l’alternarsi dei turni di conversazione, ovvero dei momenti in cui si prende o si passa la parola.
  • Adattatori. Si tratta di gesti che esprimono uno sforzo di adattamento per soddisfare bisogni psichici o fisici oppure per comunicare emozioni atte a mantenere o sviluppare contatti personali. Ecco alcuni esempi: togliere un filo di cotone dalla giacca dell’interlocutore, ripulirsi da inesistenti briciole nell’angolo della bocca, allontanare un bicchiere davanti a sé senza un motivo reale. La loro funzione è fondamentalmente quella di procurare sollievo.

#3. Gli elementi riconducibili alla lingua: la paralinguistica

Un’altra forma di comunicazione non verbale è la paralinguistica. Schiarire la voce, cambiarne il volume o il tono, fare silenzio, colpire il tavolo con un pugno, scrocchiare le dita, ridere, singhiozzare, sbuffare, sono tutti esempi di espressioni comunicative appartenenti alla paralinguistica. Si tratta di comportamenti che possono essere manifestati sia inconsciamente sia consapevolmente e trasmettono atteggiamenti, emozioni e sensazioni. Il tono, ad esempio, può essere alto, basso o medio: chi si trova in una posizione di dominanza solitamente usa un tono di voce basso, mentre chi si trova in una posizione di sudditanza tende ad esprimersi con un tono più acuto. Il volume alto può essere prerogativa di chi è arrabbiato, mentre un volume più basso è tipico di chi è intimidito. Un eloquio molto veloce potrebbe esprimere ansia, mente un parlato lento esprime avvilimento o depressione. Una via di mezzo, ovvero un eloquio moderatamente veloce, invece, dà l’idea di una persona estroversa, energica ed ambiziosa.

#4. Il contatto fisico: l’aptica

Infine, l’ultima forma di comunicazione non verbale è l’aptica: toccare, sfiorare, accarezzare, stringere la mano, abbracciare, baciare sulle guance per salutare, dare un buffetto o una pacca sulle spalle, sono tutti modi attraverso i quali si esprime una forma coinvolgente e intensa di relazione interpersonale. Il contatto fisico non è percepito allo stesso modo da parte di tutte le persone: chi è più propenso solitamente è una persona sicura di sé, soddisfatta della vita che conduce, assertiva, benvoluta e ricercata; viceversa, chi è meno propenso, solitamente è una persona che vive un disagio, ha problemi di emotività e tende ad avvilirsi dinanzi alle difficoltà. Il contatto fisico è percepito differentemente anche nell’interazione fra i sessi: gli uomini sono più intraprendenti delle donne nei primi approcci fisici, mentre quest’ultime sono maggiormente propense al contatto all’interno dei rapporti di coppia più stabili. Un atteggiamento analogo lo si riscontra in tutti quei contesti in cui convivono posizioni superiori e subalterne. Ad esempio in ambito lavorativo, chi ricopre una posizione importante tocca molto di più i subalterni che non il contrario. Anche il modo di toccare è diverso: un capo tende a toccare in modo più amichevole ed informale i subalterni, mentre quest’ultimi si limitano a contatti formali (ad esempio la stretta di mano). In ogni caso, il contatto fisico persuade: toccare le persone crea un legame che, sebbene minimo, le predispone favorevolmente verso di noi. Il contatto fisico aumenta, infatti, i sentimenti positivi di chi è toccato verso chi tocca. Inoltre, conferisce fascino e prestigio: chi tocca viene giudicato più dominante, influente, determinato, caloroso ed espressivo rispetto a chi è più restio a farlo. Insomma, “avere tatto” (in senso letterale) è una qualità importante per risultare maggiormente persuasivi e gradevoli.

Conclusioni

Abbiamo visto che una comunicazione efficace non può esulare dalla comunicazione non verbale. Studiarla e comprenderla è, pertanto, un modo fondamentale per migliorare se stessi e la propria capacità comunicativa. Allora non sottovalutare mai il linguaggio del corpo: spesso riesce a trasmettere molte più informazioni rispetto alle parole.

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Francisco Pacifico

Esperto nel successo personale, ho fondato il blog Arricchisciti.com in quanto ritengo che l’eccellenza sia un diritto universale che tutti dovrebbero poter esercitare liberamente, al fine di migliorare la propria vita e contribuire al progresso dell’umanità.

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